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Intestazione fittizia, serve di più: la Cassazione interviene

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Intestazione fittizia, serve di più: la Cassazione interviene

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10925 del 14 marzo 2024 (Sez. II penale), ha annullato un’ordinanza del Tribunale del Riesame di Reggio Calabria che confermava il sequestro preventivo di una società portoghese, disposta per presunto trasferimento fraudolento di valori ex art. 512-bis c.p.

Il ricorrente, A.A., amministratore e socio unico della società colpita dal sequestro, era sospettato di fungere da prestanome per soggetti ritenuti vicini ad ambienti criminali, in particolare C.C. e il genero D.D., accusati di controllare una rete di ristoranti tra Italia e Portogallo. Secondo l’accusa, la titolarità apparente sarebbe stata strumentale a eludere eventuali misure di prevenzione.

La Cassazione, tuttavia, ha ritenuto la motivazione dell’ordinanza carente e apparente, poiché non affrontava puntualmente le obiezioni difensive: in particolare, mancavano riscontri sulla provenienza dei fondi usati per avviare l’attività e sull’effettiva intenzione elusiva.

La Suprema Corte ha ricordato che, per integrare il reato di intestazione fittizia, non basta dimostrare che un soggetto gestisca di fatto un’impresa: serve la prova, anche solo indiziaria, che le risorse economiche impiegate provengano da chi vuole restare nell’ombra e che sussista un intento specifico di eludere sequestri o confische.

Alla luce delle numerose lacune motivazionali, i giudici hanno disposto l’annullamento con rinvio per un nuovo giudizio da parte del Tribunale competente.